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31 dicembre 2002
 
Buon anno nuovo

Auguro a tutti di trovare dei punti fermi nella vita....




29 dicembre 2002

 
In diverse occasioni ho avuto voglia di scrivere di una casa, una famiglia e una collina alle quali sono particolarmente affezionato. Non ce n'è più bisogno: il contadino d'ora in poi parlerà direttamente di sé e del suo lavoro.



26 dicembre 2002

 
siena2.JPGS.Stefano in una Siena semideserta.
Davanti al Duomo una mostra inaspettata di Robert Capa: i bianconero strazianti delle guerre del secolo scorso, alla vigilia di un nuovo massacro.
I cunicoli emozionanti del Museo Archeologico.
I vicoli che sfociano in Piazza del Campo.


Questa Piazza, in virtù della forma che ha assunto seguendo la struttura della confluenza delle colline, può definirsi naturale, perché si collega alla stupenda campagna senese e non crea fratture di sorta, ma costituisce un elemento di continuità dell'intero paesaggio. La gente, colta o incolta che sia, avverte tutto questo e se ne compiace; considera questo spazio come indispensabile complemento alla propria casa.

da Dove si incontrano gli angeli di Giovanni Michelucci








25 dicembre 2002

 
... e sono ancora qui, illanguidito dal tepore solstiziale, sveglio ma non Vigile, pronto ma non Celere, crogiolo al sol bemollemente disteso, ruggino utensili, foraggio zizzania, rumino vaccate, accovacciato su queste Termopili inesistenti ascolto il mugghiare osceno degli orchi, apostrofo roso tra le parole t'edio.

 
Girottolando nella Rete mi capita spesso di leggere analisi dicussioni dissertazioni su struttura natura funzione futuro dei blog. Mi interessano soprattutto come esercizi di intelligenza e dialettica: sappiamo benissimo che definire lo strumento weblog e prevederne l'evoluzione è impossibile. Provo a dire la mia.

A me i blog fanno lo stesso effetto di certe trasmissioni di RadioRai che mi accompagnano/vano durante la giornata. Programmi come "Il ruggito del coniglio", "Katerpillar", "Golem", "Alcatraz", che prevedono una grossa partecipazione da parte degli ascoltatori. Giorno per giorno si susseguono gli interventi di persone spiritose, intelligenti, autoironiche, consapevoli. Tante persone, per anni di trasmissioni. E uno si chiede da dove saltano fuori questi qua? dove si nascondono di solito? perché non li trovi comunemente per strada? perché non appaiono mai in tv?
Eppure sono accanto a me. Ne sfioro almeno uno al giorno, probabilisticamente parlando, senza riconoscerlo.
Però fa piacere sapere che ci sono.
Per i blog è lo stesso, con in più la possibilità di entrare in contatto con queste persone (dilettanti allo sbaraglio o professionisti della comunicazione), di scambiare, di incontrare.
Tutto qui.





22 dicembre 2002

 
Emergenza per Peacelink

(e non solo per loro)




 
Spirito di contraddizione (aneddoto della provincia pisana)

Negli anni '30 il lavoro nelle cave di pietra era uno dei più duri e pericolosi. I "cavaioli" aprivano a forza dei braccia dei tunnel alla base delle pareti rocciose, li riempivano d'esplosivo e facevano brillare le mine con una semplice miccia. Dopo si trattava di ridurre in frantumi la pietra con la mazza, ammucchiare con la pala la ghiaia ottenuta ed infine caricarla su carri e "navicelli" fluviali per il traporto.
Il salario era appena sufficiente per la sopravvivenza delle famiglie ed ogni volta che una mina scoppiava in anticipo la lista delle vedove si allungava. Naturalmente tra i lavoratori c'erano anarchici, socialisti o semplici bastian-contrari che, nonostante si fosse in pieno regime fascista, non nascondevano le loro idee e rischiavano grosso: chi perdeva il lavoro trovava la fame.

La cava di questa storiella apparteneva proprio ad un pezzo grosso della locale Casa del Fascio. Il semi-gerarca aveva cercato più volte motivi plausibili per licenziare un cavatore flemmatico, strafottente e probabilmente "rosso" che vedeva come il fumo negli occhi. Infine decise di cacciarlo, punto e basta. Una mattina si parò davanti al malcapitato e con voce stentorea gli ingiunse: "Sei licenziato! Mettiti la pala in spalla e vattene!"
"E se la volessi strasci'a' ?" rispose imperturbabile l'altro. Quindi attraversò tutto il vasto piazzale della cava trascinando con indolenza la pala tra i sassi.

DLENG DEDEDLENG DLENG DEDEDLENG dleng dleng ....




17 dicembre 2002

 
Ci sono delle giornate che ti senti proprio un disgraziato.
Che alle 9 sei già bagnato fradicio e coi piedi a mollo.
Che sei in un piazzale senza riparo.
Che stamattina ti fa male la schiena.
Che per una serie di circostanze che sarebbe lungo elencare e corto tacere non puoi andartene.
Che l'unica cosa masticabile che trovi è un tramezzino maionesato.
Che te lo mangi nel piazzale con le mani sporche e accanto c'è una strada piena di macchine che ti passano accanto col riscaldamento e la musica e puliti e asciutti verso casa.
Che fai un bel po' di polvere e la polvere s'appiccica alla faccia bagnata ai vestiti bagnati a tutto il resto bagnato.
Che viene buio.
Che sei ancora lì.
Che se quando finalmente te ne vai accendi l'autoradio e ci trovi Pierluigi Diaco potresti anche fare una fesseria.





14 dicembre 2002

 
Ero appena tornato dal lavoro quando ha squillato il telefono: "C'è Alex Zanotelli a Firenze".
Lo so che comincio ad assomigliare ad una groupie, ma un incontro con Alex è sempre un'esperienza intensa. E poi secondo me lui è una rockstar (lo dice un ateo praticante mangiapreti). Così... doccia veloce, un boccone e via per Nave di Rovezzano, Firenze.
Quando sono arrivato nel Circolo in cui si svolgeva l'assemblea, Franco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo aveva appena finito di parlare del Natale dal punto di vista economico-consumistico.
La sala era gremita, come accade sempre in queste occasioni, a dispetto del disinteresse di stampa e tv. Potenza del passaparola.

Zanotelli ha iniziato il suo intervento subito dopo.

Appunti sparsi

Il Social Forum di Firenze è stata un'esperienza entusiasmante. In nessun altro Paese sarebbe stato possibile realizzare un evento così significativo, in nessun altro Paese c'è l'interesse e la vitalità che manifestano i giovani italiani. Le responsabilità che deve assumersi il movimento italiano devono essere altrettanto forti.

L'America farà passare il Natale prima di scatenare la guerra contro l'Iraq. Il Natale del consumismo non dovrà essere disturbato, poi partiranno i bombardieri. La possibilità dell'uso di armi atomiche contro Bagdad non è remota: Bush non vuole morti americani nella prima "guerra preventiva" della Storia.

Lo strapotente apparato bellico occidentale difende innanzitutto il nostro stile di vita, i nostri consumi, i nostri sprechi.
Una vacca europea gode di investimenti e contributi pari a 2,5 dollari al giorno; nel mondo, un miliardo di persone non possono contare neanche su di un dollaro al giorno. Questo dà un'idea del sistema che gli eserciti americano ed europei sono chiamati a difendere.

Alex nomina sempre più spesso fatti e personaggi italiani. Si sta immergendo nella realtà di casa nostra, ma il cuore è ancora tra la gente che ha visto sopravvivere e morire in Kenia. "Da noi fa freddo, la notte", racconta. "Da noi" è Korogocho, Nairobi.



12 dicembre 2002

 
Non ho saputo resistere agli adesivi per blog e ne ho fatto uno.


Ero tutto soddisfatto per la trovata originale. Due minuti dopo ho scoperto Blogstickers. La mia trovata originale è strausata.
Niente di nuovo sotto il sole (anche questa temo che l'abbiano già detta)



08 dicembre 2002

 
Suoni di cantiere


pak pak pak pak (martello)
tzzzzzzzzzzzzzz (montacarichi)
vovonvovon vovonvovon (betoniera)
minchia.. 'a calceeeeee... e io c'ho detto.... mapporcoquieporcollà...(voci)

tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac (tacchi a spillo in avvicinamento)

.................................................. (silenzio significativo)

tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac (tacchi a spillo in allontanamento)

minchia!
pac pac (martello deconcentrato)
io a quella ci farei così e cosà.... ma chétati bischero!... carmineeeee! ... ma 'sta calceeee?!?
tzzzzzzzzzzzzz
vovonvovon vovon vovon






05 dicembre 2002

 
Confesso... ho compartecipato psichicamente agli esercizi di stile su zop blog e goduto per gli apprezzamenti di Mim*mina (grazie!)

 
In ricordo di Ivan Illich, il testo del discorso che pronunciò a S.Rossore (Pisa) nel luglio dell'anno scorso.



03 dicembre 2002

 
Manuale pratico dell'artigiano edile

Appendice al Capitolo 2


Michelangiolesco
Va bene, il caminetto è venuto su proprio bene e sei soddisfatto. Non montarti la testa, in fondo è un manufatto piuttosto comune, niente di artistico. Evita di gettarti verso il caminetto brandendo il martello e urlando "PERCHÈ NON PARLI ?!?"
Hai notato l'espressione del cliente?



29 novembre 2002

 
Le scarpe antinfortunistiche per edilizia hanno un puntale in ferro che impedisce lo schiacciamento o il ferimento delle dita.
Gli ingressi delle banche spesso sono dotati di metal detector.
Questo conflitto di interessi causa situazioni fastidiose che posso riassumere nei seguenti tre casi:

1) La porta a vetri girevole della banca non si apre e una voce registrata mi invita a depositare nell'apposita cassettiera gli oggetti metallici in mio possesso. Cerco di attirare l'attenzione degli impiegati e poi mi esibisco in un indecoroso tentativo di spiegazione mimica del problema. L'impiegata non ha la minima idea di cosa voglio significargli mentre con una mano tengo sollevato il piede all'altezza dell'ombelico, con l'altra indico la punta della scarpa, saltello qua e là e articolo in playback: "Lee scaarpee... soonoo lee scaarppeeee". Comunque APRE, forse per curiosità, forse per compassione.
2) La porta a vetri girevole non si apre e una voce registrata mi invita a depositare nell'apposita cassettiera gli oggetti metallici in mio possesso. Smanacco, gesticolo, mi scalmano e alla fine l'impiegato comprende la questione. Si avvicina al microfono e lo sento intimarmi: "Lei deve togliersi le scarpe".
Io cambio banca.
3) Il metal detector è tarato in modo tale da permettere l'ingresso di un mezzo corazzato di medie dimensioni. Io entro tranquillamente con le scarpe antinfortunistiche e già che ci sono mi porto dietro il grosso trapano nero con impugnatuta anatomica che non entra nell'apposita cassettiera ma che visto da lontano somiglia tanto a una mitraglietta.
C'è un attimo, un lunghissimo attimo di silenzio in cui tutti gli sguardi sono su di me. Poi il ticchettìo sulle tastiere e il parlottìo riprendono.



28 novembre 2002

 
Esausto.

Il lavoro è cavavoglie (vecchio detto toscano)



24 novembre 2002

 
tanali1.JPGIl Lago di Bientina (detto "di Sesto" sulla sponda lucchese) era il lago più grande della Toscana. Venne prosciugato tra il XVIII e il XIX secolo per mezzo di canali, uno dei quali passa sotto l'alveo dell'Arno.*
Nel caso di piogge particolarmente abbondanti, come in questi giorni, parti della bonifica si allagano nuovamente e si popolano di aironi, garzette e gabbiani. Per qualche giorno il tempo torna indietro.

*Questo canale è comunemente detto "La Botte" per il tipo di copertura a volta. Tanto di cappello ai costruttori.




23 novembre 2002

 
Tre morti in tre giorni nei cantieri edili toscani.
A Pistoia un giovane camionista travolto dal carico di rete elettrosaldata che si è staccato dalla gru.
A Firenze un marocchino quarantenne sepolto dal crollo delle pareti dello scavo in cui stava lavorando.
A Livorno un carpentiere quarantaduenne volato giù da una copertura dell'Agip Petroli per un colpo di vento.
Ok... la sicurezza totale è un'utopia, ma a giudicare da quello che ho letto queste morti si sarebbero potute evitare facilmente. Invece, quante volte per risparmiare cinque minuti rischiamo tutto?



21 novembre 2002

 
Salendo sulla Cupola del Brunelleschi si trovano delle murature eccezionali, dei mattoni "messi di spina" che non si giustificano tecnicamente, si vede questo lavoro eseguito con una perfezione totale, lassù in alto dove va , o prima andava, pochissima gente.
Si va nelle cattedrali francesi su in alto, sull'ultima guglia fino in cima e si trova una scultura di livello altissimo, realizzata con cura, con un interesse veramente sorprendente, con una coscienza indescrivibile. Ma perché l'autore ha fatto un lavoro così prezioso se nessuno lo vedrà mai? Perché per vederlo ci vogliono le scale e soltanto uno che abbia un interesse particolare, riesce forse ad ammirarlo.
Questo è un fatto stupendo, il suo nome nessuno lo sa e lassù nessuno vedrà la sua opera, ma che importa, non importa nulla, lui ha fatto quel che doveva fare.


da Dove si incontrano gli angeli di Giovanni Michelucci

Mi sembra che lo schizzo nel sito del "Centro di documentazione G. Michelucci" sia capovolto. Ho le traveggole?



15 novembre 2002

 
Sono contento di non essere andato a Bologna per il compleanno di Polaroid. Uno rischia di mettersi nei guai, di questi tempi.
Intanto si sono ritrovati in parecchi da diverse parti d'Italia, che è già sospetto: una bella accusa di associazione sovversiva ci starebbe tutta. Poi è gente criticona, che sui blog scrive peste e corna del Governo. Obiettivamente Lo ostacola.
Almeno uno di loro era a Genova per il G8 (vuoi che non gli sia rimasta una sciarpina da qualche parte?).
Erano sicuramente in possesso di bottiglie di vino contundenti e di CD musicali che in mani esperte diventano terribili lame rotanti.
Ho fatto bene a non andare a Bologna. Mica ci tengo a diventare un esperto di edilizia carceraria.

Aggiornamenti minuto per minuto su Indymedia, discussioni sul blog di Pino Scaccia, segnalazioni su quello di Sabelli Fioretti



14 novembre 2002

 
buon compleanno polaroid




11 novembre 2002

 
Anna ha aspettato per un po' gli amici alla stazione, poi è partita da sola per Firenze.
Anna ha quindici anni e la marea di gente che da Santa Maria Novella camminava verso il corteo del Social Forum l'ha intimorita. Appena ha visto due ragazzi che le ispiravano fiducia, ha chiesto semplicemente: "Posso stare con voi?"
Me lo raccontava ieri mentre raccoglievamo ulive in una bella domenica di sole.

Ho provato la stessa cosa per migliaia di volti incontrati nei viali della manifestazione. Una fiducia senza motivo, la sensazione di appartenerci in qualche modo l'un l'altro. Mai visti tanti sorrisi, mai avvertito tanto rispetto per gli altri.
E' un movimento fragile e confuso, pieno di note stridenti e contraddittorie, ma c'è. Si nutre delle differenze, si coagula intorno a impulsi comuni perché i sentimenti sono più forti delle ideologie, i volti sono più importanti delle bandiere..

C'era una famiglia intera di filippini che ballava sul balcone di casa in perfetta sincronia e si godeva gli applausi.
C'era un anarchico che arringava la folla dal tetto di una baracca ( Mim*ina era lì vicino a me e io non lo sapevo, magari c'era anche Ludik).
C'era Firenze che per un giorno era città e non parcheggio.
C'erano Franco, Enzo e Laura, Leonardo, Madame Defarge, la Pizia, Alice, Samuele e Martina...
C'era Anna che da qualche parte portava a spasso i suoi quindici anni.




08 novembre 2002

 
Il mio viaggio d'avvicinamento al Social Forum di Firenze è cominciato con cielo grigio e vento freddo. A Empoli stamattina c'era un incontro di Alex Zanotelli con gli studenti delle scuole medie e superiori. Un migliaio di studenti e insegnanti hanno ascoltato Alex parlare dell'Africa e dell'Italia, del presente e del futuro che loro, "l'ultima generazione di pellerossa", dovranno affrontare. Hanno fatto domande, chiesto suggerimenti per un'azione che concretizzi l'affermazione "basic needs are basic rights". Tre ore di attenzione e partecipazione commossa che, lo confesso, mai mi sarei aspettato da questi ragazzi che anch'io spesso giudico frettolosamente, superficialmente...

Il cielo si è rasserenato e sono arrivato a Firenze. La stazione semivuota mette un po' d'inquietudine, ma è solo un'impressione passeggera. La città è tranquilla, la Fortezza da Basso e il Palazzo dei Congressi sono percorsi da una folla variopinta e stranamente poco rumorosa. Voci morbide su moquette solidali, un'atmosfera composta e serena. Forse troppo, cazzo.
Domani torno da queste parti... c'è la possibilità di un blogal forum

Cronaca e immagini su Mim*mina, Bellacci e Venturi





07 novembre 2002

 
Quando ci passi accanto per andare al mare, Camp Darby è un lungo rettilineo di filo spinato. Oltre la rete c'è la stessa America che siamo abituati a vedere al cinema o in tv. Automobili enormi, file di soldati che corrono dietro una bandiera, il campo da baseball, i grassoni colossali che arrancano sui prati immacolati.
Loro sembrano perfettamente a loro agio, noi un po' meno. Come se dentro un recinto ci fossimo noi.




05 novembre 2002

 
Era già da un po' di tempo che un componente del Governo non ci deliziava con qualche sproposito. Ci ha pensato il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani a tenere alta la media: in un'intervista a la Repubblica ha rivelato l'esistenza di un disegno di legge per vietare cortei e manifestazioni nelle città d'arte. In casi eccezionali, dice lui.
A me lì per lì viene da ridere (non mi sembra possibile che questi signori facciano sul serio), poi faccio una rapida rassegna dei precedenti e mi passa la voglia.
Vietare i cortei nelle città d'arte italiane: un bel problema! In Toscana per esempio avremmo serie difficoltà di location (si dice così?). Trasferiremmo tutti i cortei a Porto Marghera, nel Tavoliere delle Puglie o, meglio, nel Deserto del Gobi?
Peccato che tanto zelo non si manifesti quando si tratta di difendere i centri storici dalla morsa asfissiante del traffico, dalla macdonaldizzazione, dalla trasformazione di interi quartieri in squallidi turistifici. Peccato che tanta premura non sia condivisa dal ministro Lunardi che vuole sfregiare la Maremma con l'autostrada.
Che sia un pretesto?



03 novembre 2002

 
Interessanti spunti di Ludik sull'estetica del cimitero.

Per associazione di idee mi sono venuti in mente i capsule hotel giapponesi.

E ancora per associazione... ieri ero a Lucca Comics e ho scoperto di essere completamente all'oscuro di quello che è successo nei fumetti dopo l'arrivo dei manga giapponesi.
Devo avere ancora da qualche parte il Corriere dei Piccoli con la prima uscita a puntate di "Una ballata del mare salato" di Pratt. Una folgorazione.

Errata corrige - la prima uscita di "Una ballata del mare salato" fu sulla rivista Sgt. Kirk. Scusa Corto





29 ottobre 2002

 
Cantiere by night

L'ultima volta che ero stato al Tenax di Firenze c'erano i Bauhaus (o i Wall of Voodoo?... un sacco di tempo fa, comunque). Domenica sera ci sono tornato per il concerto di Thione Seck e i Ram Dann, cantante e musicisti senegalesi.

disco.jpgVoce fuori campo: "Questo che c'entra con l'edilizia?"
C'entra, perché le discoteche sono uno spazio architettonico a/sociale che gli umani fruiscono e modificano con la loro presenza vivificante/insignificante.
V.f.c.: "Ah!"


Mollai le discoteche quando le ultime sacche di resistenza capitolarono sotto gli attacchi dell'unz-unz-unz-unz. Oggi l'unico contatto che ho con quel mondo è il rimbombo dei bassi che mi molesta nelle notti d'estate da qualche chillometro di distanza. Posso solo immaginare il carnaio violentato dai decibel e l'atmosfera irreale di luci e sostanze psicotrope assortite.
Immagino anche che la voglia di ballare sia tra le motivazioni meno importanti che spingono i ragazzi a frequentare quelle che una volta si chiamavano "sale da ballo". Supposizioni, ripeto...

Il Tenax non è cambiato. Il tunnel nero d'ingresso col portone d'acciaio grezzo, il ballatoio che sovrasta la pista e il palco.
Dentro ci sono già parecchi senegalesi. Il look è vario, dal businness-man in grigio al gonnellone tradizionale, con prevalenza di casual metropolitano tendente al rapper. Anche tra sconosciuti i saluti sono molto calorosi. Gli italiani sono pochissimi e provo la piacevole sensazione di essere in viaggio all'estero.
Quando il concerto inizia (con appena due ore di ritardo) la sala è gremita.
Il primo pezzo strumentale mi fa temere il peggio: potrei descriverlo come una versione sconclusionata e piuttosto stonata della Premiata Forneria Marconi (rendo l'idea?). Anche il pubblico non gradisce.
Poi entrano in scena i tamburi, Thione Seck comincia a cantare e l'energia esplode.
Io sono sempre stato sensibile al suono dei tamburi. I tamburi, non i fottuti bonghetti che mi hanno avvelenato la giovinezza (anche le cornamusa mi fanno venire la pelle d'oca ma questo è un altro discorso). Questi sono tamburi-tamburi che scompigliano le viscere e fanno vibrare l'anima. Tastiere, chitarra e basso scompaiono in sottofondo, solo la voce di Seck sovrasta il ritmo irresistibile delle percussioni, in brani lunghi 10-15 minuti. Ma il vero spettacolo lo fanno i senegalesi del pubblico: ballano tutti e ballano tutti benissimo. Sulla pista, sul palco o affacciati al ballatoio si esibiscono in "numeri" stupefacenti di agilità e grazia. Le donne, altere come regine fino a un attimo prima, si scatenano ancora di più.
Gioia di ballare e di stare insieme allo stato puro. Davvero una bella serata, qui a Dakar.




28 ottobre 2002

 
Biocosa?!?(4)

Nel restauro dei vecchi edifici il colore è fondamentale. Il colore caratterizza profondamente la costruzione, l'armonizza o distingue dall'ambiente circostante, manifesta lo spirito dei suoi abitanti. Eppure questo elemento spesso è trascurato o trattato con superficialità.
Fortunatamente è finita l'epoca del colore "selvaggio" e dell'uso sconsiderato dei rivestimenti plastici, tuttavia spesso le nuove tinteggiature, pur rispettando la scala cromatica originale, mortificano i fabbricati d'epoca e li rendono d'aspetto piatto e artificiale. Cosa c'è che non va?
L'impressione che ricaviamo osservando un edificio è dovuta solo in parte alla tonalità della pellicola esterna. A me piace parlare di colore della materia. La grana dell'intonaco, l'azione degli agenti atmosferici, l'ombreggiatra delle superfici irregolari, la "mano" diversa dei diversi operatori: tutto concorre a produrre un effetto irripetibile e vivo. Proprio ciò che la pratica moderna tende a sopprimere con i suoi intonaci preconfezionati, le vernici impermeabili, la ricerca ossessiva della planarità.

La facciata omologata mantiene lo stesso aspetto col variare della luce e a qualsiasi latitudine, salvo poi dover ricorrere a costosi e discutibili interventi per simulare l'aspetto delle vecchie costruzioni (spugnature, velature ecc.). La facciata che piace a me invece diventa scura per la pioggia, brilla al sole, mostra le sue imperfezioni, reca tracce dei suoi artefici.
Le pitture alla calce e gli intonaci colorati pronti presentano vantaggi evidenti rispetto alle vernici sintetiche, tuttavia sono ancora relativamente poco diffusi per il costo dei materiale e le difficoltà d'applicazione (risolte spesso con l'aggiunta massiccia di additivi sintetici). Io ho tentato una via alternativa.

buchette.JPG


Questa parete esterna è stata intonacata con una miscela di calce pozzolanica, ossidi coloranti, sabbia grossa e poca sabbia fine. L'impasto ha uno spessore di 1-2 cm ed è stato applicato a mano libera (senza guide o listelli) e rifinito col frattazzo di spugna.
Sono state effettuate diverse prove direttamente sulla parete e, una volta perfettamente asciutte, tra queste è stata scelta la tonalità che più si avvicinava al colore della terra locale.
L'effetto è piuttosto forte, adatto per una casa di campagna. Il costo del materiale è molto basso, lo stress nervoso notevole (la parete deve essere terminata in giornata), il risultato imperfetto, la soddisfazione enorme.

ponteggio.JPG


Le buchette che si notano sulla facciata risalgono alla costruzione dell'edificio. Servirono per ancorare i ponteggi in legno dell'epoca e le ho lasciate perché quest'anno gli ombelichi scoperti vanno di moda.

Puntate precedenti: (1) (2) (3)



 
Arianna Dagnino si ravvede simpaticamente, Agnese Ananasso su Affari&Finanza de la Repubblica scrive l'articolo più confusionario e zeppo di imprecisioni sui blog che sia mai stato pubblicato (viaManteblog)



27 ottobre 2002

 
Ieri sera c'era Marco Paolini a Pontedera, col suo spettacolo(?) "Parlamento chimico - storie di plastica". Una carrellata sulla storia della grande industria chimica italiana e sulle storie comuni degli operai di Porto Marghera che hanno pagato con la vita il loro posto di lavoro.
La rivoluzione industriale, Tangentopoli, i gas della Grande Guerra, il PVC, Carosello, l'abbandono delle campagne, il '68 e Minamata: tutto legato da un sottile filamento di plastica. Impressionante.




21 ottobre 2002

 
Sarà che l'altra sera ho visto Vertical limit, un film discreto ambientato sul K2, sarà che proprio stamattina mentre cercavo un'altra cosa mi sono capitati tra le mani gli scarponi, tutti consumati e rigidi... insomma m'è venuta una gran voglia di montagna.
Niente di himalayano, intendiamoci. Basterebbe una montagna qualunque, un qualsiasi pezzo di roccia piantato sulla pelle della Terra; abbastanza grande da affascinare, abbastanza alto (e brullo, minaccioso, deserto) da intimorire. Adesso vorrei ansimare bestemmie su qualche pietraia o affondare nella neve che accidenti a me cosa ci sono venuto a fare (invece lo so bene cosa ci son venuto a fare, anche se non riuscirei mai a spiegarlo).

Niente di himalayano, tantomeno di alpinistico. "Passeggiate estreme" da gitante appena sopra le righe: un pizzico di adrenalina, una spruzzata d'imprevisto, il vento sulla faccia e uno spicchio di mondo (bello da urlare) sotto i piedi.
Come quella volta sull'Eterna della Marmolada. Come quella mattina di Natale sulle Apuane. Come quella notte all'addiaccio sulle Pale di S.Martino.
Sarà meglio ingrassare gli scarponi.


e non camminare con la testa tra le nuvole: Mountain Wilderness




18 ottobre 2002

 
Visto che sono in convalescenza, mi concedo 1 o + post d'argomento a piacere, ché mica posso stare qui senza scrivere nulla, con la paranoia dello schermo bianco che s'insinua crotala su per la schiena e l'organismo tutto che s'inflaccida su poltrone tentatrici (cuscinate assai). Si paralizzano il nervo sciatico e il nevrotico sciatto, tergiversa il duodeno, borboglia l'anima e la mente, la mente, la mente glabra d'affanni s'infrolla contro schermi di mediasettica inconsistenza, s'attanaglia sull'Operazione Trionfo e sulla tronfia operazione Pinocchio, si sdilinguisce su volumazzi nipponici di basso profilo ed alto esborso pecunio-temporale, s'attutisce in preamboli, vani ronzii di ventole retrostanti e note note (arcinote). Vaga lo sguardo vacuo, sciaborda l'umore acqueo, svolazza l'onirico ironico e chi piume ha, piume metta.
Che poi mi venga di digitar cazzate ti stupisci tu?
E pensare che c'avrei un sacco di cose da fare, tipo accodarmi al dileggio dell'Arianna Dagnino che ha scoperto i blog, autoanalizzarmi per Ludik, fare scempio di link, rimpinguare il blog di banner (il Gino Strada ridotto uno straccio, il free link, il book crossing, il il blob dei blog, il text ad, il no war).
Ce n'avrei di cose...




12 ottobre 2002

 
Questa fredda casta al potere oggi si acquatta tra frasi apparentemente nobili di costituzioni apparentemente democratiche. [Il potere] È nelle mani di rappresentanti eletti da persone libere solo in apparenza. Eppure nessun altro monarca, despota, dittatore in nessun altro secolo della storia della civiltà umana ha avuto accesso ad armi tanto potenti.
Giorno dopo giorno, fiume dopo fiume, foresta dopo foresta, montagna dopo montagna, missile dopo missile, bomba dopo bomba, praticamente a nostra insaputa, ci stanno stroncando.


da Guerra è pace di Arundhati Roy


 
Un po' di riposo forzato dopo un piccolo intervento chirurgico (be', insomma ... piccolo per modo di dire... qui sulla pancia c'è una bella incisione)
Due giorni in ospedale che non passavano mai, nonostante la gentilezza e le cure del personale.
Ho pensato parecchio a Alessandro.

Felice di essere di nuovo a digitare fesserie qua sopra.





08 ottobre 2002

 
Quando lavori all'aperto le giornate di sole d'ottobre sono le più belle.

E la radio ti accompagna. Dappertutto la stessa musica, ogni tanto un pezzo che ti pugnala di ricordi a tradimento.
Hurricane di Bob Dylan era l'unica canzone decente nel juke-box del paesino maremmano, campo di lavoro WWF metà anni '70. Eravamo ragazzini ubriachi di libertà inaspettata. Due settimane bruciate tra spiagge deserte e canne di palude. Il falco pescatore giuro che l'abbiamo visto davvero. Chiacchere fino all'alba pigiati nei sacchi a pelo. Chi bacerà Gabriella, alla fine? Autostop sull'Aurelia, tutti nel cassone dell'Ape fino a Capalbio. Mettila ancora... Yes, here's the story of the Hurricane ... Mettila ancora.

La musica sfuma, intervista:
- Quando giocavi nell'Inter il tuo rendimento non era dei migliori...
- Perché ero immaturo. Probabilmente due anni fa ero più giovane.




04 ottobre 2002

 
Sempre più difficile vedere le stelle.
Cielobuio è il coordinamento per la protezione del cielo notturno.

 
Ci fu un tempo, non molto tempo fa, in cui ogni punto del mondo tecnologizzato non era equidistante ed equipollente rispetto agli altri. L'informazione ribolliva al centro e si propagava verso la periferia in onde concentriche sempre più deboli e indistinte.
Ci fu un tempo in cui aspettavamo che furgoncini arrugginiti scaricassero davanti alle edicole di provincia pacchi di giornale legati con lo spago; novità che altrove erano già ciarpame da cassonetto. Un tempo in cui l'attesa si misurava in giorni e non si bruciava nei pochi secondi nevrotici che passano da un click del mouse all'altro.

Tutto questo per dire che solo oggi ho letto il numero d'ottobre di Internet News contenente:
- ampio dossier sui blog
- primo articolo su supporto cartaceo di Antonio
- interviste a Marco, la Pizia, Leonardo, Mantellini, Frederic.
- segnalazioni di giornale di cantiere (grazie a Leonardo e Frederic)
- zucchine

riporto qui il link a Internet News on-line perché Blogger recalcitra (ogni tanto lo fa)




30 settembre 2002

 
... e la plastica avanza, inarrestabile.
Adesso anche i manici degli attrezzi sono in materiale plastico. Sempre più difficile trovare una mestola (cazzuola) o un martello col manico in legno.
Bleah! Odio il contatto delle mani con quella roba.

I vecchi arnesi diventeranno roba da museo.

 
concio.JPGSu misura

Una delle cose più stupefacenti per i nostri occhi, abituati alla produzione in serie e alla modularità, è la composizione degli antichi muri in pietra squadrata. È evidente come ogni singolo concio fu scalpellinato per essere posto in QUELLA precisa posizione.
Quanto tempo avrà richiesto la produzione di ognuno di questi pezzi unici?



26 settembre 2002

 
Non si può parlare sempre e soltanto di edilizia.
Per fortuna posso sfogarmi su willy-nilly.
(ci sono ancora dei refusi, per es. "pasti" sarebbe pastis)



25 settembre 2002

 
Biocosa?!? (3)

Capita di leggere:
Il pavimento a listoni XXXXXX unisce il fascino di uno stupendo materiale naturale con la praticità e la durata degli UNDICI STRATI DI VERNICIATURA
...oppure...
Il calore e la bellezza del legno per la vostra cucina (traduzione: una sfoglia spessa 1-2 mm di essenza esotica incollata sopra pannelli di truciolare rifiniti in laminato all'interno)

Pubblicità come queste mi fanno andare in bestia. Ci vorrebbe più rispetto, sia dei materiali che dei consumatori.
Come contraltare mi sarebbe piaciuto linkare il sito di Archetti Legnami (tempo fa esisteva, l'ho visto, lo giuro), però neanche Google è riuscito a trovare tracce on-line di questi commercianti bresciani. Li citerò a memoria, sperando di non tradire lo spirito delle loro tesi anticonformiste, talvolta al limite del fanatismo...

Quando si parla di difetti del legno e della necessità di porvi rimedio con accorgimenti tecnici e/o trattamenti chimici, di solito ci si riferisce a comportamenti caratteristici di questo materiale: il legno si dilata, si restringe, si fessura o deforma. Si muove, insomma.
Possiamo considerarlo un difetto? Certamente no.
Il legno è un materiale vivo che "respira", si adatta, si modifica continuamente. Quando è lasciato libero non crea problemi, anzi regola naturalmente la temperatura e l'umidità degli ambienti in cui è collocato. Quando è brutalizzato da vernici vetrificanti o è compresso eccessivamente, i suoi movimenti trovano sfoghi imprevedibili e sgradevoli. E' tipico il caso di manufatti che, verniciati soltanto sulla faccia visibile, si deformano dopo breve tempo per lo squilibrio insorto.

La stagionatura gioca un ruolo fondamentale.
Una corretta stagionatura andrebbe effettuata all'aperto e dovrebbe protrarsi per parecchi mesi, spesso per anni.
Le esigenze di commercializzazione moderne hanno portato a ridurre drasticamente questi tempi e ad utilizzare macchinari che accellerano il processo naturale. I risultati non sono paragonabili perché la riduzione dell'umidità interna non è sinonimo né di maturazione né di raggiunta stabilità dimensionale. Le brutte sorprese non si contano: ho visto cantieri in cui si sono dovute rimuovere travi nuove, pochi mesi dopo la posa in opera, per il manifestarsi di cipollature (distacco fra due anelli di crescita consecutivi) e fessurazioni che ne compromettevano irrimediabilmente le prestazioni.

Secondo un luogo comune accettato quasi universalmente il legno deve essere protetto.
Nella maggior parte dei casi invece la protezione è superflua (quando non è dannosa, se eseguita mediante prodotti filmanti d'origine sintetica). Gli oggetti in legno che mettiamo dentro le nostre case non avrebbero bisogno di nessuna verniciatura, così come certi legni indigeni (castagno, cipresso, larice...), accuratamente stagionati, resistono all'esterno per decenni senza nessun trattamento.
Quello che in realtà si vuole preservare è l'aspetto del legno nuovo di zecca. I raggi solari e le intemperie modificano il colore di tavole e travi che dopo un po' di tempo assumono un aspetto grigio argentato (che a me piace, guarda un po'). Si tratta di una modificazione superficiale che non pregiudica la conservazione né le prestazioni dei manufatti.
E' buffo pensare a quanto cambino le nostre aspettative di fronte allo stesso materiale. L'oggetto d'antiquariato DEVE apparire vecchio, l'infisso nuovo DEVE mantenere il suo aspetto originale per sempre, a costo della mummificazione chimica.
E' triste pensare quanti prodotti chimici e manodopera siano impiegati per la continua manutenzione di manufatti che sono rovinati dalle stesse vernici filmanti.

sogliasmall.JPGL'architrave in castagno della foto avrà cent'anni almeno. Non è mai stato verniciato né trattato. E' stato arroventato dal sole, inzuppato dalla pioggia, screpolato dalle gelate. Sorregge ancora tranquillamente il muro e, se ne incidessimo la superficie, il legno sotto profumerebbe ancora.

Puntate precedenti: (1) (2)


 
Riprendiamo le trasmissioni dopo la visita imprevista di un fulmine che ha giocherellato per qualche nanosecondo con cavi e prese telefoniche e poi se n'è andato lasciando tutto per terra.



19 settembre 2002

 
Casa è dove tieni il caricabatterie del cellulare.

da Diario di bordo



15 settembre 2002

 
La Toscana non è solo quella delle guide turistiche e degli spot. La Toscana è anche brutta, squallida. La Toscana è anche quello che c'è tra Pistoia e Prato: un intrico di strade tutte uguali che non portano in nessun posto, cavalcavia e cartelloni pubblicitari polverosi, paesoni industriosi pieni di fuoristrada e vuoti di sostanza.
La Marcia per la Giustizia sfila irreale tra queste case, da Agliana a Quarrata.
Ieri c'erano quattro-cinquemila persone inclassificabili e indefinibili che percorrevano i dieci chilometri della Marcia. Nello stesso momento una manifestazione ben più corposa invadeva Roma, con la stessa gioiosa confusione di sigle, simboli, idee. Gino Strada e don Ciotti sono stati presenti in entrambe le occasioni.

A sera la piazza di Quarrata è piena di ragazzine, anziani, immigrati, vari ed eventuali. Si avverte la serena determinazione a fare qualcosa, una buona volta. I bambini si addormentano tra la gente. Cominciano i discorsi...
Alex Zanotelli rivela che gli Usa spendono 500 miliardi di dollari per il riarmo, mentre la Banca Mondiale ha stimato che con 13 miliardi di dollari si potrebbero sfamare i poveri del mondo per un anno. Fa salire sul palco Tala, un immigrato senegalese che è stato mesi in galera per aver venduto accendini di contrabbando al suo arrivo in Italia. Si abbracciano, Tala viene fatto sedere tra gli oratori.
Giancarlo Caselli afferma la necessità di aggredire le associazioni criminali terroristiche, ma anche le radici di questo fenomeno, a cominciare dall'ingiustizia. Senza giustizia non c'è pace.
Gherardo Colombo (tono, mimica e pause da prim'attore), spiega la differenza tra "legalità"e "giustizia". L'uomo giusto è prima di tutto colui che non arreca danno agli altri, che si comporta secondo le regole millenarie della tolleranza e dell'amore. L'uomo che si limita a rispettare le leggi vigenti può diventare complice della sopraffazione e del potere dispotico.
Gianni Minà non l'ho ascoltato perché mi sta sulle scatole fin da quand'ero piccolo. C'erano tante altre persone più interessanti da incontrare, osservare, salutare.
Gino Strada mi fa rabbrividire. Mi rendo conto di quanto io stesso sia influenzato dalla propaganda mediatica, di quanto siamo manipolati, tenuti all'oscuro, desensibilizzati rispetto alla realtà orrenda della guerra. Mi vergogno di avere in certe occasioni DISCUSSO sull'opportunità di una guerra. Dobbiamo impedire che l'Italia diventi complice del prossimo massacro legalizzato e pianificato in Irak..
Quando don Ciotti nomina gli immigrati, Colombo si alza e va ad abbracciare Tala il senegalese. E' il risarcimento morale per un uomo che ha sperimentato sulla propria pelle l'inflessibilità della legge contro i deboli, la distanza tra legalità e giustizia.




10 settembre 2002

 
forcella.jpgTra i tanti inquinamenti che ha portato la produzione industriale c'è anche quello dei nomi. Come non sappiamo più attribuire un'origine certa ai materiali che ci circondano, così i nomi delle cose diventano indefiniti.
Similpelle, fintolegno, cartongesso, truciolare, multistrato, pietra artificiale, mediodenso...
Fa piacere ritrovare un oggetto che è prepotentemente solo sé stesso.
Questa trave è di legno.
Questa non è neanche una trave.
Questo è un albero.


 
Giornale di cantiere è lieto di segnalare il blog che accompagnerà i Baggiani nella ristrutturazione del loro casolare.
In bocca al lupo!



06 settembre 2002

 
Quella che ti porta lo champagne sul ponteggio l'ultimo dell'anno.
Quella che ti pianta una grana colossale perchè stai lavando il SUO terrazzo con l'acqua del SUO rubinetto.
Quello che la prima volta che lo vedi ti dà le chiavi di casa, cassaforte compresa, sparisce e non lo vedi più fino a sera.
Quelli che piazzano un divano in mezzo alla stanza per controllare comodamente quello che fai, otto ore : il marito, la moglie, i due figli, singolarmente o in nucleo familiare compatto.
Quelli che ti fanno venire le palpitazioni a forza di offrirti caffè.
Quello che non ti dà un un bicchier d'acqua neanche se schianti.
Quella che vuole pagarti prima ancora di cominciare il lavoro.
Quello che ti saluta molto cordialmente mentre te ne vai e dimentica "quel" piccolo particolare.


Non c'è cosa più comune dell'eccesso.




30 agosto 2002

 
Ho letto da qualche parte che occorrerebbero almeno un paio di generazioni per riacquistare la capacità manuale degli uomini del Neolitico nella fabbricazione di armi ed utensili in selce. Non so se è vero, ma mi sembra una stima plausibile.
Quante generazioni occorrerebbero per ricreare da zero le conoscenze e l'abilità di un falegname, un fabbro, un decoratore?
Questi patrimoni d'esperienza e manualità non sarebbero mai ricostituibili nelle loro interezza. Perchè l'apprendimento di un mestiere non è fatto solo di nozioni ed esercizio. Si trasmette qualcosa che distingue l'opera dell'uomo da qualunque prodotto industriale. Si trasmette l'essenza, l'anima di un mestiere.

diavoletto.jpgLa testa di diavoletto sbeffeggiante qui accanto è alta un palmo e l'intagliatore l'abbozzò in poco più di dieci minuti in un pezzo di scarto. La fece per divertimento o per spiegarmi qualcosa che non ricordo; poi me la regalò.
Da ragazzo nella bottega di questo intagliatore ci passavo pomeriggi interi, ogni tanto. Mi piaceva l'odore del legno, mi piaceva veder nascere piccoli capolavori in quel posto buio, disordinato e polveroso sempre inondato di musica classica (RadioTre).
Io provavo a disegnare qualcosa e l'artigiano mentre lavorava canticchiava o commentava il giornale radio. Qualche volta s'infervorava, di solito per un discorso d'arte: piantava lì il pezzo da finire, afferrava uno dei grandi libri che s'impolveravano sugli scaffali e mi faceva vedere ("Guarda, guarda!!") e mi spiegava Leonardo... e Michelangelo e Brunelleschi ...

Io credo che dovremmo conservare questi uomini e questi mestieri con la stessa cura che dedichiamo alle Piramidi o alla Gioconda. Sono la nostra storia, la parte più fragile della nostra storia. Basta lo spazio di una generazione per cancellare tutto. Per sempre




28 agosto 2002

 
Biocosa ?!? (2)

Questa puntata ce l'ho in testa da parecchio, ma ho sempre rimandato per mancanza di documentazione. Oggi approfitto della giornata piovosa e butto là una paccata di considerazioni gratuite, nella speranza di essere smentito.

Uno dei pregiudizi più radicati sulle pratiche bioedili riguarda il loro costo, sensibilmente più alto rispetto a quello dell'edilizia tradizionale.*
Non si tratta di un'idea infondata. I prodotti di origine naturale generalmente hanno prezzi più elevati, richiedono tempi di lavorazione più lunghi, asciugano più lentamente, raramente possono essere applicati con mezzi meccanici, richiedono attenzione ed esperienza maggiore da parte degli operatori.
Naturalmente un confronto che si limiti al momento dell'edificazione è incompleto: l'economicità andrebbe valutata nel lungo periodo. In questa prospettiva una casa costruita con criteri bioedili è conveniente per la salute degli occupanti, il risparmio energetico, le minori esigenze di manutenzione e ristrutturazione nel tempo. Ma vallo a spiegare....

La resistenza del cliente-tipo (quello che per prima cosa ti chiede:"Quanto costa?") è tanto più forte quanto minore è l'entità dell'intervento. Come in tanti altri aspetti dellla vita contremporanea, si tende a sottovalutare l'importanza dei piccoli gesti, dei comportamenti minimi che invece condizionano pesantemente la qualità della vita e l'integrità dell'ambiente.
D'altra parte l'artigiano dovrebbe essere in grado di dare alternative valide.... e qui arriviamo al punto dolente del prezzo dei materiali.
Come si può ragionevolmente proporre al cliente un materiale che costa il doppio-triplo di quelli usuali? E, soprattutto, questra differenza è giustificata?
Io credo di no. Non sempre perlomeno. Esempi...

Famosa ditta tedesca, vernici e impregnanti ultracertificati biocompatibili. Per verniciare una porta occorrono lo smalto, il colorante e il diluente appropriati. Il costo del materiale è paragonabile all'importo totale del lavoro (manodopera compresa) eseguito con prodotti sintetici.

Nota casa prodruttrice di malte e leganti per il restauro. Un sacco di calce idraulica naturale ultragarantita costa 6-7 volte più di un sacco di buona calce pozzolanica d'uso comune.
Cavolo! Sarà quel che sarà, ma sempre calce è ! Cosa giustifica un prezzo tanto elevato?

Grosso produttore di pitture per l'edilizia. Una confezione da 15 litri di pittura alla calce costa all'applicatore 25-30 Euro. Un sacco di grassello di calce può essere acquistato in un magazzino edile per 4-5 Euro. Perché tanta differenza per un materiale che è tanto più apprezzato quanto meno inquinato da additivi?

Il risultato di questa politica commerciale è sotto gli occhi di tutti. I prodotti d'origine naturale sono utilizzati quasi esclusivamente negli edifici di pregio (proprio laddove architetti e committenti sono già sensibili alle tematiche bioedili e meno assillati da problemi di budget), mentre la massa dei consumatori è tenuta alla larga a causa dei listini esorbitanti.
Sono talmente indispettito che adesso faccio pubblicità palese a un'azienda italiana:
Durga fa buoni prodotti a un prezzo ragionevole.

*In bioarchitettuta spesso viene definita "tradizionale" l'edilizia moderna e questo la dice lunga sull'egemonia culturale del modo di costruire che si è affermato solo negli ultimi 40-50 anni.

Puntate precedenti nell'archivio di giugno




26 agosto 2002

 
Piove.
È ancora agosto ma è già settembre.
Il tempo dei progetti, dei buoni spropositi di sempre.
Nuove prospettive, soliti punti di fuga.



24 agosto 2002

 
ripensamento.jpg

Ripensamento




22 agosto 2002

 
Perciò Michelucci sarebbe andato d'accordo con quell'architetto che, mentre si trovava nel cantiere dov'era in costruzione una moschea, ebbe la visita del capo religioso del villaggio di Tivawone che gli disse: "Bisogna sbrigarsi ad ultimare i lavori perché la gente, dopo il tramonto, scavalca le transenne e viene a pregare qui". Al che lui rispose: "Vuol dire che la moschea è già finita".

da Le parole per guardarle di Giuseppe Cecconi



20 agosto 2002

 
La sindrome del fortino

Negli ultimi decenni molte famiglie italiane hanno abbandonato le città per trasferirsi in provincia o in ambiente rurale. È stato uno spostamento massiccio, cominciato in sordina negli anni '70 ed esploso più tardi, in contemporanea agli spot Mulino Bianco.*
Alcuni hanno erroneamente definito questo fenomeno come "ritorno alla campagna". In realtà siamo di fronte ad un vero e proprio processo di colonizzazione. Nella maggior parte dei casi i cittadini in fuga non hanno adattato il proprio stile di vita al nuovo ambiente, ma vi hanno importato usi e tic tipici dei centri urbani, accellerando semmai il processo di disgregazione sociale e omologazione culturale già in corso. I paesi si trasformano velocemente da sedi di comunità vitali in quartieri-dormitorio decentrati; la casa rurale ristrutturata diventa villa/villetta.

Dal punto di vista achitettonico le prime fasi di questa colonizzazione sono state caratterizzate da scempi indescrivibili e modifiche irreversibili delle caratteristiche originali dei fabbricati. Si è oscillato tra lo stravolgimento in chiave moderna dei vecchi edifici e l'elaborazione di elementi "rustici" inventati di sana pianta: la facciata sbruffata, la cucina in muratura coi pensili, il gazebo in legno, i lampadari di ferro battuto in stile medioevale...
Fortunatamente col tempo sensibilità e gusto sono migliorati, tuttavia la mancanza di una vera cultura rurale si fa sentire inesorabilmente. La casa in provincia rimane un incidente di percorso, l'involucro occasionale di un'esistenza che si svolge altrove con altri ritmi.

Alcuni segnali di questo scollamento sono visibili a colpo d'occhio (l'onnipresente antenna parabolica, l'asfaltatuta delle strade d'accesso, il sacrificio degli spazi esterni in funzione del totem-automobile), altri si manifestano in maniera più sottile: i marciapiedi perimetrali "staccano" la casa dalla terra, il prato all'inglese separa dalla vegetazione naturale, l'illuminazione esterna esorcizza il buio della notte, le recinzioni e i cancelli citofonati isolano per definizione.

divieto.jpgLa lamentela più frequente che sento fare dai neo-campagnoli è : "Qui la gente s'occupa troppo degli affari altrui".
Io sorrido. Dilettanti...
La difesa della propria sfera privata è un'arte che non s'improvvisa, occorrono anni e anni d'esperienza per saper disinnescare le comari più impiccione. È un gioco che assomiglia molto a quello dello spionaggio-controspionaggio: bisogna fornire informazioni verosimili (ma irrilevanti) che plachino la curiosità delle megere e le dissuadano dall'investigare più in profondità. L'errore peggiore è quello di chiudersi a riccio, costringendo i paesani a lavorare di fantasia. Le conseguenze di una difesa dissennata della propria privacy sono inimmaginabili.
D'altra parte il pettegolezzo invasivo è solo una faccia della medaglia, lo scotto da pagare per mantenere rapporti umani degni di questo nome. Le barriere erette intorno ai cascinali ristrutturati hanno solo apparentemente scopi difensivi (nessun malintenzionato si farebbe scoraggiare da un muro di cinta o da una rete metallica). In realtà tengono lontani gli altri. Tutti gli altri.

*Uno dei miei show più applauditi dell'epoca d'oro Mulino Bianco...
aprire un varco in un roveto colossale a colpi di roncola, grondare sudore e sangue, trascinare fuori un tronco di cipresso da bruciare nel camino (anche per oggi non muoriamo assiderati), esclamare trionfante: "Certo che... la vita in campagna mantiene in forma!"




 
Scopro solo adesso di aver perso una mostra che mi sarebbe piaciuto parecchio vedere:
le case di terra



15 agosto 2002

 
Un sogno dell'infanzia: la casa sull'albero.
(via Minotauro)



13 agosto 2002

 
le strade biancheC'è qualcosa di più triste di un casolare abbandonato ai bordi dell'autostrada?
Sì, c'è: è un casolare abbandonato ai bordi dell'autostrada e la fila di macchine COI FARI ACCESI DI GIORNO che passa accanto.
Io lo trovo un oltraggio intollerabile.

Un motivo di più per opporsi al progetto di autostrada in Maremma.
Intanto il comitato Le strade bianche annuncia un piccolo/grande successo: un'area verde nei Comuni di Buti e Vicopisano (prov. di Pisa) sarà restituita ai pedoni, ai ciclisti e ai ranocchi. Il silenzio di giorno, il buio di notte.
Stiamo pensando ad una festa di riappropriazione per settembre. Darò notizie.




08 agosto 2002

 
Imprinting

"Ehi!... ma io credevo che tu avessi sessant'anni almeno!", mi dice al telefono una tipa che finora mi ha conosciuto solo attraverso la Rete.
Rapido scandisk interiore, riavvolgimento veloce del blog.
Devo ammettere che la tipa non ha tutti i torti.
Cioè... effettivamente io non sono di primo pelo (strabuzzai gli occhi scocciatissimo per la prima volta nel '59), però porto tracce indelebili di un mondo sensibilmente retrodatato.

Sono nato e cresciuto in un minuscolo borgo agricolo dei Monti Pisani, una specie di riserva indiana dove le robe moderne hanno tardato parecchio ad arrivare.
Lì non c'era telefono né acqua corrente: l'acqua si tirava su dal pozzo a forza di braccia.
La strada era sterrata, non avevamo l'automobile.
Il camino era l'unico impianto di riscaldamento a disposizione.
La porta di casa si chiudeva solo per sbarrare l'ingresso ai polli.
Ho giocato lunghe estati nel bosco, guidato l'asino che trascinava l'aratro, starnutito nel polverone che facevano le trebbiatrici di legno sull'aia.
Ho visto la gente stare insieme.
Di sera le famiglie si riunivano a veglia.
Le lunghe tavolate per la vendemmia.
Il chiacchericcio negli uliveti.
Le sbornie colossali dei pastori dopo la tosatura delle pecore (al mattino ce n'era sempre qualcuno che russava beato in un fosso).
La festa sanguinosa del maiale.
Il maniscalco che piantava quei lunghi chiodi negli zoccoli dei muli e mi prometteva ogni volta un'armatura da guerriero.
Le notti in frantoio.
L'arrotino, il sensale.

Erano uomini lenti e operosi che non conoscevano la separazione tra la vita e il lavoro. Ignoranti e saggi, sgradevoli e cortesi allo stesso tempo. Arcaicamente feroci, certe volte.
Il tempo e la televisione hanno spazzato via tutto: adesso quel mondo (r)esiste solo dentro di me.

La cosa brutta è che non mi adatterò mai al modo di vivere cretino di oggi.
La cosa bella è che non mi adatterò mai al modo di vivere cretino di oggi, con le dovute eccezioni. Questa, per esempio.




31 luglio 2002

 
Un samoano morirebbe ben presto soffocato in questi cassoni, perché qui non passa mai un soffio d’aria fresca come in qualsiasi capanna della Samoa. E anche gli odori della cucina cercano una via d’uscita. Spesso però anche l’aria che viene da fuori non è migliore; e si fatica a capire come una creatura qui non debba morire, come per la nostalgia dell’aria non diventi un uccello, come non gli crescano le ali per potersi levare in volo e andarsene dove c’è aria e sole.

da Papalagi, discorsi di Tuiavii di Tiavea.




28 luglio 2002

 
La redazione di Polaroid mi ha segnalato il sito di autocostruzione.org, un'associazione (?) che promuove la realizzazione di complessi residenziali da parte degli stessi proprietari.
È un progetto che mi interessa parecchio, sia dal punto di vista tecnico che da quello umano e ambientale. Contatterolli.
Intanto mi colpisce un'affermazione di Giuseppe Cusatelli, l'architetto che ha importato in Italia questo modo di costruire:

... l'innovazione tecnologica ci viene in aiuto: le prime case erano state costruite con mattoni normali, cosa che allungato un po' i tempi. Quella di oggi è costruita con speciali mattoni con scanalature che impediscono errori nella posa, e una particolare forma interna che permette una loro cementificazione. Insomma permettono di armare il muro in maniera più semplice che operare con il cemento armato. Se la bassa tecnologia richiede alta professionalità, acquistando oggetti di alta tecnologia la necessità professionale si abbassa.

L'alta tecnologia che permette agli autocostruttori di farsi la casa è la stessa che ha peggiorato vistosamente la qualità delle abitazioni moderne e abbassato il livello di capacità manuale degli operatori.
Gli oggetti altamente tecnologici, per esigenze di produzione e commercializzazione, devono essere standardizzati. Vediamo così la stessa tipologia di abitazione ripetersi in Veneto come in Calabria, al mare o in campagna. È un'omologazione che ignora i diversi climi, il paesaggio, la cromaticità, la cultura locale. Gli edifici che ne risultano sono brutti, invecchiano precocemente e devono essere integrati da ulteriori impianti tecnologici per essere abitabili: condizionamento dell'aria, riscaldamento continuo degli ambienti d'inverno, impianti d'allarme.


Gli oggetti altamente tecnologici sono standardizzati nei materiali. Le materie prime, il luogo di produzione e quello d'installazione possono trovarsi in continenti diversi. Inutile sottolineare il dispendio di energie e risorse che questo comporta.
Le aziende riversano sul mercato prodotti sempre nuovi: una rincorsa all'ultimo grido nel costruire che non permette agli operatori di verificare l'idoneità e salubrità dei manufatti né di maturare un'esperienza.

Gli oggetti altamente tecnologici sono standardizzati nelle procedure di messa in opera. L'edilizia si industrializza e scompare la figura del muratore che segue la costruzione dalle fondamenta alla consegna. La costruzione somiglia sempre più a una catena di montaggio: squadre molto specializzate portano a termine nel più breve tempo possibile un compito specifico. Il lavoro a compartimenti stagni influenza pesantemente la qualità finale dell'abitazione e il grado di sicurezza nei cantieri.
Che dire poi del patrimonio di abilità manuale e sensibilità estetica che si va disperdendo in questi anni?




21 luglio 2002

 
Questo blog è un gioco che obbedisce a poche regole autoimposte.

Regola 1 - Nella colonna dei link non ci possono essere più di 17 (in lettere ...DICIASSETTE...) blog amici, simpatizzanti o perfetti sconosciuti.
Regola 2 - L'inserimento di nuovi link e la conseguente cancellazione di altri possono dipendere dal tempo, dall'empatia, dal parasimpatico, dalla congiuntura internazionale.
Regola 3 - Questo è un blog monotematico, testardamente di nicchia: ogni post, per quanto delirante, dovrà avere come pretesto qualcosa che riguardi l'edilizia, l'abitare, l'ambiente. Sono consentiti post riguardanti blog e bloggatori.
Regola 4 - Ogni modifica alle presenti regole dovrà essere approvata con doppia votazione da almeno 3/4 dell'autore.

Adesso devo trovare un pretesto per parlare del meeting "From global to glocial" che ho presenziato martedì 16 (i weblog sono imbattibili per tempestività), in qualità di rappresentante di me stesso. L'incontro si è svolto a Pisa nel Parco di S.Rossore, in un bel pratone bucherellato dalle tane dei conigli selvatici e circondato dai pini. Un posto splendido che gli organizzatori hanno pensato bene di addomesticare con un tendone biancoplastico e una selva di ventilatori. Un simbolo della manìa deturpante che ci opprime? un lapsus dei falsoambientalisti ? Non lo so. Di certo questo è un bel pretesto per il post e d'ora in poi vado via liscio.

Dai miei appunti audiovisivi...

Prologo
Il convegno sta per iniziare. Il tema di oggi è la pace.
I cosiddetti no-global dopo una lunga contrattazione con le autorità hanno appeso grandi striscioni di protesta tra gli alberi. Soggetti a scelta tra i tanti a disposizione.
Viavai di cariatidi petulanti e boiardi medio-piccoli del governo locale.
La barba di Alex Zanotelli, il suo zaino pieno di libri. Io sono venuto per sentire lui.
Cesare Romiti parla dei fatti suoi al cellulare, in piedi di fronte alla platea. Storce la mascellona, ogni tanto mi fissa indispettito e mi mette a disagio. Vorrei chiarire che io non c'entro nulla, qualunque cosa sia successa.

Riscaldamento
Il direttore del Corriere della Sera, che non mi ricordo mai come si chiama, fa il moderatore.
Saluti di rito del Presidente del Parco, panegirico incluso. Circola un volantino di denuncia per un progetto di edilizia residenziale (120.000 mc) e porto turistico da 500 posti-barca alla foce dell'Arno. Proprio dentro il Parco, guarda caso...
Saluti del Presidente della Regione e del Sindaco di Pisa: niente da segnalare.

Gong
Apre Giandomenico Picco, vicesegretario dell'Onu. Elogio della diversità, fondato sulla sua storia personale di "uomo di frontiera" (friulano) e sull'esperienza ventennale come mediatore nei conflitti internazionali. Non male. Peccato che fisicamente assomigli tanto al ministro Castelli.
Cesare Romiti parte duro. Nega la validità del titolo attribuito al suo intervento ("Bisogna partire dall'economia"). Bisogna partire dalla politica, invece. Le guerre devastano il Terzo Mondo nonostante il miglioramento della situazione economica: è cresciuto il numero di lavoratori che guadagnano almeno un dollaro al giorno (!).
Primi fischi dalla zona no-global, qualche slogan di dubbio gusto. Il moderatore e Massimo Cacciari invitano alla calma, Romiti gongola. Adesso può impostare tutto il discorso sui suoi oppositori. Invita i no-global a protestare contro i regimi autoritari dei Paesi in via di sviluppo (la maggioranza), piuttosto che tormentare i governi democratici occidentali.
Massimo Cacciari ascolta sornione e replica a mani basse. I regimi del Terzo Mondo sono stati tollerati, sostenuti, spesso voluti dall'Occidente stesso. Applausi.
Cacciari contesta anche l'idea di Picco: la diversità in sé non è sinonimo di tolleranza, può anzi portare facilmente al settarismo e al conflitto. L'importante è avere un'identità.
Qualcosa mi dice che se Picco avesse sottolineato l'importanza dell'identità, Cacciari avrebbe esaltato la diversità (è solo un'impressione, eh!). Cacciari la prende con filosofia, letteralmente: sterili schermaglie di pensiero, applausi come da preventivo.

Comincia la serie degli interventi brevi. Parlano il brasiliano Betto, il sindaco palestinese di Nablus, quello israeliano di Acco, il rappresentante del governo basco Josè Maria Munoa Ganuza.
Io non ho preso le cuffie e non posso sentire la traduzione simultanea. Qualcosa capisco lo stesso, ma la deontologia del blogger mi vieta di commentare. Cinque sbadigli segnalati, finora.

Tocca a Alex Zanotelli e finalmente questo piccolo uomo arruffato spintona il mondo reale dentro il tendone biancoplastico. Invidio al suo Dio un servitore così inflessibile e commovente.
La legge Bossi-Fini sull'immigrazione: "Io mi vergogno di essere italiano e cristiano".
L'esperienza di missionario: dodici anni a Korokocho, una baraccopoli costruita sopra la discarica di Nairobi. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini che sopravvivono (e muoiono) ai margini di una delle più ricche città africane.
I poveri che diventano sempre più poveri, l'Occidente che risucchia le risorse del pianeta e difende lo stile di vita dei suoi abitanti con lo strapotere militare e il soggiogamento economico dei popoli.
Bisogna prima di tutto cambiare il nostro stile di vita.
È la violenza che permea e sostiene il sistema di potere mondiale. La non-violenza attiva è l'unico mezzo efficace per scardinarlo.

Epilogo
L'applauso che segna la fine del discorso di Zanotelli è forte, forte, forte. Il meeting prosegue, io me ne vado. Mentre riattraverso il prato sono un po' triste.
Stanno provando a fregarti, Alex. Ti vogliono far diventare una comparsa nei loro spettacolini inutili e costosi. Un tocco pittoresco dieci minuti prima del buffet.





17 luglio 2002

 
Lezioni di civiltà

Teranga è una parola della lingua wolof che si parla in Senegal. Può essere tradotta come "accoglienza".
La tradizione vuole che quando ospiti qualcuno a casa tua, devono passare almeno tre giorni prima che tu possa chiedergli: "Chi sei?"



13 luglio 2002

 
Nota località balneare della Versilia.
Tutti gli svantaggi di un posto vacanziero in luglio, tutti gli svantaggi di essere lì per lavorare. Ottimo.
A duecento metri dalla spiaggia, il silenzio assoluto dietro le siepi di ville e villette.
I signori stanno riposando. Non disturbare.
Le colf filippine lavano i vetri delle finestre. Colpi di spray discreti. Non disturbare.
La baby-sitter indiana coccola un pupo ipervitaminizzato. Che non pianga, mi raccomando.
Il badante marocchino spinge la carrozzella col vecchio infermo: due estranei ammanettati l'uno all'altro.
I signori stanno riposando.
Così stanchi, stressati, pieni di problemi. E tra poco se ne aggiungerà un altro:
-Quando torni dalla Questura, lavati bene le mani. Altrimenti macchi la tovaglia di lino con l'inchiostro.
-Sì, signora.




12 luglio 2002

 
Settimana nera.
A colazione, cronaca locale: Si ustiona gravemente lavorando sul tetto.
Al caffè dopopranzo, telegiornale: Diciannovenne muore sepolto da una frana di terra in un cantiere. Era il suo primo giorno di lavoro.
Mi sono vergognato un po' per il tono scherzoso del mio post sugli infortuni del 28 maggio.

Anche il mio primo giorno di lavoro fu di luglio.
Scavare buche, spalare macerie, sotto il sole.
A mezzogiorno ero già distrutto.
Scavare buche, spalare macerie.
Alle tre avevo le mani piene di vesciche, alle cinque mi sarei messo a piangere, alle sei ero in un incubo. Alle sette, mentre tornavo a casa, smadonnavo e giuravo che io laggiù non ci torno neanche morto.
Alle otto mi buttai sul letto e m'addormentai di schianto, senza neanche cenare. Io laggiù non ci torno.
Invece, eccomi qua.



07 luglio 2002

 
Italians blog it better

Questa settimana, nella versione cartacea di Diario, c'è un bell'articolo di Ginevra Pezzotti sui blog italiani.

c'è anche giornale di cantiere:-)
tutti dovrebbero avere 15 byte di celebrità (Andy Warhol?)



 
Appunti da Padova

- Il workshop al Webb.it
- La cappella degli Scrovegni.
- La balotta.
- Il temporale (è ormai provato empiricamente che i bloggatori s'inzuppano come tutti gli altri).
- Il viaggio di ritorno in mutande (no images available).



06 luglio 2002

 
"Mi sono abbandonato, mi sono abbandonato, mi sono abbandonato..."
Pietro ha questo modo strano di parlare: ripete tre o quattro volte ogni frase, anche la più banale. All'inizio t'innervosisce, poi non ci fai più caso.

Pietro è piccolo, magro, la faccia bruciata da sessantacinque estati. Non gli piacciono i lavori di fino: è buono per scavare fondamenti, buttare calcestruzzo, tirare su muri a bozze; lavori grossi e di fatica.
"Io a fare quello che fai te ci diventerei scemo", mi dice ogni tanto. "Scemo, scemo ci diventerei" (da interpretare come complimento).
Pietro non fa lo sbruffone. Quelli come lui sono quasi scomparsi: lavorano da quand'erano bambini e sono pronti a imparare qualcosa dall'ultimo arrivato. Ci sono (c'erano) manovali che hanno passato tutta la vita a impastare calce e "servire" gli altri; senza lamentarsi, senza pretendere promozioni, sopportando gli scherzi e le urla di due o tre generazioni di giovani galletti.
Io da loro ho imparato l'umiltà.

Pietro scuote la testa. "Mi sono abbandonato..."
Vorrebbe dire sono demoralizzato, mi sto lasciando andare. Il sole di quest'ultima estate l'ha vinto e lui non si dà pace. Si guarda le mani incredulo: "Non ce la faccio a finire, oggi". Vorrei mettergli un braccio sulle spalle e stringerlo un po', ma mi trattengo. Lo metterei in imbarazzo.
"Mi sono abbandonato, mi sono abbandonato, mi sono abbandonato..."



05 luglio 2002

 
Solo pochi giorni fa mi chiedevo se esistesse da noi qualcosa di simile a Reclaim the streets ed ecco, scopro che anche l'asfalto della repubblica publitaliana è percorso da una massa critica.

7/05/2002



30 giugno 2002

 
BIOCOSA ?!? (1)

Tempo fa mi ero ripromesso di indagare le cause del mancato decollo della bioarchitettura in Italia.
Mi sono accorto che non è un compito semplice. Allora comincio dalla cosa più facile e vicina: Internet.
Formatto le mie conoscenze in materia e mi immedesimo in un ipotetico visitatore di siti bioedili, per studiare le mie (sue) reazioni.
Dunque... ho sentito parlare di questa bioqualcosa, forse ho letto un accenno su qualche giornale d'arredamento e m'interessa approfondire. Comincio la ricerca in Rete e, quasi sicuramente, m'imbatto nei siti delle due maggiori organizzazioni del settore: l'ANAB (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica) e l'INBAR (Istituto Nazionale di Bioarchitettura).

Istituto Nazionale di BioarchitetturaBastano pochi click per spegnere ogni entusiasmo. Il biancore degli sfondi, l'asetticità del font, le immagini grigiaste: tutto concorre a dare un'impressione di estrema freddezza (a chi sarà venuto in mente di piazzare in bella evidenza un edificio ISLANDESE invece, chessò... un trullo, un casale toscano, un maso trentino?!).

La lettura dei testi peggiora la situazione. Cito a caso:
Questo termine è quindi giustificato, ancora oggi, dalla necessità di rendere riconoscibile e individuabile, anche al prezzo di qualche equivoco, un percorso di ricerca tecnica e culturale ancora acerbo ma non è ovviamente per nulla rappresentativo della complessità delle interazioni messe in gioco quando si pensa ad una Architettura fatta per la vita.

 Associazione Nazionale Architettura BioecologicaE ancora:
Per attuare una effettiva interdisciplinarità nei confronti del complesso problema dell'organizzazione e dell'uso razionale dello spazio, garantendo al tempo stesso la professionalità individuale, in un momento in cui l'improvvisazione e l'approssimazione sui problemi della ecologia applicata dilagano...

Piuttosto repellente, vero?


A questo punto il 95% dei visitatori del sito sta smanettando disperatamente per migrare in luoghi virtuali più accoglienti. Ma io sono un duro e insisto nell'esplorazione, finché mi perdo completamente tra convegni, riviste, corsi e albi professionali. Quando getto la spugna e mi trasferisco su www.supermaggiorate.org, di bioarchitettura ne so quanto prima.
L'impressione che mi resta è quella di una disciplina per specialisti un po' spocchiosi, astratta e poco interessante, fredda come una casa islandese in bianco e nero.
Una strategia di comunicazione fallimentare.



24 giugno 2002

 
È l'umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s'impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia.


da "Le città invisibili" di Italo Calvino




22 giugno 2002

 
Grazie per la bella serata a tutte le trasposizioni corporee tridimensionali* di blog che hanno sudato con me l'ultima puntata di Polaroid.

*definizione di enzø



Bologna, l'aria catramosa, l'arredamento anno '77 della radio, l'allegria. Mi sono voltato all'improvviso e ho visto un'ombra correre sotto i porticati con la leggerezza dei diciott'anni.
Forse ero io. Forse il vecchio Paz.





20 giugno 2002

 
Manuale pratico dell'artigiano edile

Capitolo II - Mantieni un profilo basso


L'artigiano entra in tante case e viene in contatto con le persone più diverse per carattere, censo e costumi. Protetti dalle mura domestiche gli umani manifestano i loro comportamenti più bizzarri e spontanei: il giovin edile si comporti sempre in modo discreto e in nessun caso manifesti meraviglia o disapprovazione, in special modo quando interagisce con un cliente per la prima volta.
Sarà bene che l'artigiano eviti incauti apprezzamenti su categorie specifiche (i preti, i carabinieri, i politici, le suocere, i Testimoni di Geova...) prima di conoscere profondamente la controparte; ricordi sempre che sarà arduo recuperare la fiducia del cliente dopo averne urtato la suscettibilità e che una parola di troppo basta per vanificare la coscienziosa solerzia e l'impegno indefesso.


Si tenga altresì presente che, dal punto di vista del cliente, il lavoratore stesso appartiene a una categoria individuabile per alcuni caratteri fondamentali: grossi scostamenti dal modello imperante provocheranno sospetto e insicurezza. Così come nutriresti dubbi sull'affidabilità del tuo cardiologo vedendolo apparire in canottiera, irsuto e bestemmiante, così tu darai una cattiva impressione qualora ti si sorprenda in possesso di un libro, di un giornale che non sia la Gazzetta dello sport, di un programma teatrale.
Il tuo linguaggio dovrà essere semplice e immediato, il congiuntivo rarissimo, la metafora bandita. Fingi di ignorare il significato di semplici vocaboli inglesi (on/off, start... ), indica il computer come "quel coso lì", nei casi più gravi simula un leggero accento partenopeo o siciliano.
Lo sfoggio di cultura e d'ironia è, di norma, controproducente. Smorza quindi eventuali tendenze esibizioniste e semmai dà loro sfogo in attività innocue quali la partecipazione a talk-show televisivi in veste di esperto in cartomanzia venusiana, la presidenza del Consiglio dei Ministri, la manutenzione giornaliera di un blog...

Come al solito, seguono esempi ispirati a fatti realmente accaduti.

Sturm und Drang
Sta arrivando un temporale estivo tremendo. Il cielo nero come la pece è solcato dalle folgori, i tuoni sono assordanti, il vento è caldo e impetuoso. Ok... le forze della natura stanno per scatenarsi e questo ti eccita tremendamente, ma non c'è nessun bisogno di arrampicarsi sul pennone più alto del ponteggio e da lì eseguire una versione squarciagola della "Cavalcata delle Valchirie". Oltretutto sei stonatissimo.

Tra moglie e marito...
La signora ti racconta tutte le tribolazioni del suo matrimonio con la prolissità di una Dynasty casereccia. Tu ormai per lei sei confessore, confidente e consigliere.
Perfino nei momenti più drammatici della narrazione non smettere di lavorare: in caso contrario la signora si lamenterà col marito perché quello non fa altro che chiaccherare!
Non dare giudizi, stai sul generico, financo sul trito: in caso contrario alla prima lite col marito la signora gli urlerà anche LUI ha detto che sei uno stronzo!. Ti sarai fatto un nemico e pregiudicato una pronta riscossione del lavoro.

Ghe pensi mi
L'atmosfera moquettata della banca e il viavai dei damerini indaffarati che la popolano t' ispirano un tormentone brianzolo. Per giorni torturi i colleghi sproloquiando la fabricheta, ghe pensi mi, i danei.
È pericoloso immedesimarsi troppo nel personaggio. Quando il vicedirettore t'informa che i lavori saranno sospesi per le festività natalizie, non puoi fare a meno di replicare: "Uè!.. Spostiamo il Natale, allora! C'ho mica tempo da perdere!!".
Il vicedirettore non apprezza.




15 giugno 2002

 
Ho fatto una bischerata. Quando ho scelto l'URL del blog ci ho infilato un underscore ( _ ), per motivi che uno psichiatra saprebbe spiegare sicuramente meglio di me. Io non sapevo che fosse vietato e nessuno me l'ha detto.
Adesso qualcuno non riesce a visualizzare il blog e Yahoo! rigetta sdegnato l'indirizzo.
Che faccio?
Ricomincio da capo, apro un altro blog con URL corretto, reindirizzo gli sventurati frequentatori, faccio cambiare i link a tutti quelli che ce l'hanno (compreso Bloggando che mi ha messo nella categoria "Hobby", che a me mi sembra una presa in giro ma come fai a criticare uno che si chiama UOMONERO?!) ecc. ecc. ecc?

Quasi quasi non faccio nulla.



14 giugno 2002

 
Ci sarà qualche disorganizzazione come Reclaim the streets anche in Italia?
Avrei un progettino...

 
C'è un tipo che incrocio spesso per strada. Ha la barba, è un po' stempiato, guida un autocarro rosso e ci incontriamo sempre nello stesso punto, verso le sette e mezzo. Deduco dall'orario che il suo posto di lavoro abituale si trova all'incirca vicino a casa mia; deduco anche che, di frequente, io mi trovo a lavorare dalle parti sue.
Noi non ci conosciamo, ma ormai per me è un volto familiare. Nell'attimo in cui i nostri mezzi s'incrociano gli dò un'occhiata e capisco se è tranquillo o pensieroso, insonnolito o allegro. E' successo che certe brutte espressioni o un certo modo di stringere il volante mi abbiano fatto preoccupare. Chissà che aveva.
Mi piacerebbe incontrarlo per caso in un bar, una volta o l'altra. Non sembra molto loquace (non lo sono neanch'io), però sarebbe facile attaccare discorso: basta poco per rompere il ghiaccio quando, oggettivamente, ci sono delle cose in comune. Potrei approfittare di qualche battuta del barista o lanciarmi in un commento sui Mondiali di calcio... ecco... comincerei a parlare con lui e poi, appena presa confidenza, gli farei una proposta: "Perché non ci scambiamo i clienti? Io resto a lavorare vicino a casa mia e tu, lo stesso. Possiamo dormire mezz'ora in più la mattina e la sera abbiamo il tempo per portare in giro il cane o i bambini (ha la faccia da babbo di almeno due marmocchi). Ti va?".
Lì per lì lui non capirebbe. Penserebbe è uno scherzo, penserebbe questo è scemo. Penserebbe guarda che gente si incontra, non sarà mica uno di quei bloggatori che si leggono sui giornali?

Però la mattina dopo gli farei flash-flash coi fari, lui mi riconoscerebbe e ripenserebbe alla faccenda. Mi basterebbe quello: innescare un pensiero. Gettare un granello di sabbia negli ingranaggi di questo meccanismo gigantesco che obbliga due autocarri a incrociarsi inutilmente ogni mattina e che ha trasformato la strada in strumento di tortura, la gioia di andare in trasferimento coatto. Un sabotaggio microscopico contro questa macchina insensata che sommerge d'asfalto i campi di grano e divora la vita di noi vittime/complici (poco o tanto, sempre troppo).

La tangenziale, la bretella, il raccordo anulare, la terza corsia, il salto di corsia, la strage del sabato sera, i guidatori della domenica, la benzina verde, il semaforo rosso, la variante, il parcheggio sotterraneo, il cavalcavia, il ponte sullo Stretto, il ponte lungo, l'esodo, l'ingorgo, il fuoristrada fuoriserie, l'uva a Natale, il greggio, la macchia nera sul mare, la Tempesta nel Deserto, il Prodotto Interno lordo di sangue, lo sviluppo, lo sviluppo, lo sviluppo, lo sviluppo, lo sviluppo, lo sviluppo...

Prova a ripetere sviluppo un centinaio di volte: perderà qualunque senso.




09 giugno 2002

 
Io me lo ricordo quando cominciarono ad arrivare.
Fino a quel momento c'erano state soltanto voci di un grande esodo, di gente che abbandonava la sua terra per cercare lavoro e accoglienza. Si diceva che dalle città sarebbero presto giunti anche quaggiù in campagna.
Poi cominciarono ad arrivare davvero.
Erano diversi da noi nell'aspetto, nelle abitudini, nel modo di vestire e di parlare. Ricordo la prima volta che vidi passare una delle loro donne: intabarrata, un cesto enorme in equilibrio sulla testa, i fianchi larghi che dondolavano maestosamente ad ogni passo.
Ricordo la difficoltà di capirli, di abituare l'orecchio a suoni così diversi. Ce n'è uno che ancora oggi comprendo a fatica, quando l'incontro; però mi piace il modo solenne e antico che ha di stringere la mano: immagino che ci si saluti così tra viandanti nel deserto.

All'inizio c'erano diffidenza e pregiudizio verso i nuovi venuti. Si diceva che ci avrebbero rubato il lavoro e portato la delinquenza, che erano sporchi, fannulloni, violenti. Poi si è capito che erano persone come noi, buone e cattive, simpatiche e insopportabili.
Adesso ce ne sono tantissimi che lavorano nei nostri cantieri e non facciamo più caso a quei nomi che un tempo suonavano tanto strani: Santuzzo, Peppe, Calogero, Gavino....
Era già successo, succederà ancora.




05 giugno 2002

 
il ring dell'edilizia sostenibileSono passati diversi anni da quando cominciai a interessarmi di bioarchitettura.
Ricordo l'affannosa ricerca di documentazione e l'entusiasmo per questa disciplina che prometteva di coniugare il lavoro con i miei interessi, la pagnotta con la passione. Andai a Trento per iscrivermi ad un corso teorico-pratico, disposto a mollare la mia attività per dei mesi pur di apprendere i segreti del costruire sano. Fui scartato perché lavoravo già; il criterio mi parve bizzarro, ma avranno avuto le loro buone ragioni.
Cominciai a rompere le scatole a clienti e colleghi perché il muro dell'ottusità e dell'ignoranza andava abbattuto ad ogni costo ("Biocosa?!?" "B i o e d i l i z i a" "Che è?" "Adesso ti spiego...").
Ero convinto che nel volgere di pochi anni le cose sarebbero cambiate. In fondo si trattava di mettere in pratica idee di una semplicità disarmante: il buon senso dell'abitare e del costruire contro l'abbrutimento degli ultimi decenni.
Invece no.
O meglio, qualcosa si è fatto: alcuni concetti si sono diffusi, certi materiali sono entrati nell'uso comune, diversi progetti oggi tengono conto dei criteri di salubrità e sostenibilità (specialmente nel campo delle ristrutturazioni rurali e degli edifici pubblici). Poca cosa, comunque.
Invece la qualità media delle abitazioni è ulteriormente peggiorato. La stragrande maggioranza della popolazione continua a vivere in ambienti inquinati ed inquinanti e, soprattutto, IGNORA che ci sia un altro modo per fare le case. L'unica convinzione che si è radicata universalmente è: i prodotti naturali costano il doppio.
E io replico sempre più stancamente alle solite bestialità: "Mi raccomando, mettici un bel po' di cemento nell'intonaco!" "Sughero? non sarebbe meglio il polistirolo, che è eterno?" "Biocosa?!?".

Cosa abbiamo sbagliato?
Questo è un argomentone... ci ritornerò.




02 giugno 2002

 
Bene, è fatta.
Ormai sono in combutta con skip ads.
Cosa mi riserverà il futuro? Un presentimento oscuro mi agita. Mi gira per la testa il finale di una vecchia nota biografica su Edgar Allan Poe: lo trovarono fuori da una sordida bettola, in preda a una crisi di delirium tremens. Chissà che vorrà dire.
Intanto mi accorgo di aver mancato a molti dei doveri dettati dalla blogetiquette.

Dovrei farmi angosciose domande dal vago sentore marzulliano: "Scrivo perché ho qualcosa da dire oppure dico qualcosa per scrivere?". O magari chatwiniano: "Che ci faccio qui?" (fatto)
Dovrei ringraziare tutti quelli che mi hanno scritto, linkato o segnalato (fatto)
Dovrei rapportarmi coi presunti/possibili lettori del blog in una delle forme più in voga...
supplichevole: lo so che mi state leggendo... perché non vi fate vivi? dài!... un e-mail piccolopiccolo... che vi costa?... per favoreeeeeee
addolorato: mi dispiace tanto di non aver aggiornato il mio blog negli ultimi 8 mesi e di avervi lasciati tutti col fiato sospeso... ho avuto un sacco di cose da fare... da pensare... adesso ve lo posso dire... quella volta a GardaLand (ve lo ricordate, vero?)... be' quella volta lì NON la baciai!
generoso: ho lavorato per voi tutta la notte... ho rifatto tutta la grafica del blog e adesso lo potete caricare in appena 22 minuti
aggressivo: la piantate o no di farvi i fatti miei? cacchio volete? SCIÒ!
di servizio: implementando il CESS STYLE SHEET nel vostro blog e slurkandolo con un semplice DDT-back orifice i vostri lettori saranno avvertiti con una newsletter ogni volta che andate in bagno e potranno lasciare dei commenti
glocale: ormai avrete capito che la vera contronformazione è solo qui.. se non fosse per me passerebbe sotto silenzio la brutale repressione messa in atto dai vigili urbani di Poggiodisopra che ogni volta che facciamo una riunione per il commercio equino e solidale ci fanno la multa per divieto di sosta (fatto)

Per due o tre mesi sono a posto.
Che poi anche questo sfottò un po' qualunquista è già un genere. Non c'è scampo.
Come talismani ho appiccicato due post-it ai lati del monitor (non è vero ma mi hanno detto che questi particolari domestici fidelizzano il lettore).
Nel primo ho riportato una definizione di Ezekiel:
Il blog mi ricorda il sushi. E' di moda, ti dà la sensazione di contatto col mondo, e può a volte provocare gravi problemi intestinali.
Nel secondo c'è un monito di Mexi:
Su Internet possiamo essere tutto, tranne quello che non siamo.








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